PROGETTO
L’obiettivo del progetto è migliorare l’impatto con la polizia
e il sistema giudiziario delle donne che hanno subito violenza nelle relazioni
di intimità.
Il progetto parte dall’analisi che l’emersione della violenza di genere
costituisce ancora un serio problema: troppe donne subiscono in silenzio
la violenza perpetrata dal loro partner. Non chiedono aiuto e non denunciano.
Quando decidono di parlare o di denunciare, allora gli operatori di
giustizia devono essere in grado di assistere la donna sia nella emergenza
della prima fase acuta che nel periodo successivo, che può prolungarsi
nel tempo.
La decisione della donna di denunciare la violenza subita generalmente
viene assunta quando entra in contatto o con le forze di polizia o con
un legale (sia privato sia legato a una associazione di donne). Questo
è il momento cruciale per l’emersione della violenza: gli operatori
devono conoscere le modalità per aiutare la decisione della donna sia
di chiedere sostegno sia di denunciare. Tale capacità impone anche un
appropriato percorso per formulare valutazioni cliniche adeguate, nonchè
idonee a costruire un valido interfaccia con le forze di polizia al
fine di raccogliere elementi a scopo forense e coordinare la strategia
probatoria.
Purtroppo in molti casi l’approccio alla donna che ha subito violenza
non è professionale e non è multidisciplinare, come invece occorrerebbe.
Sempre più spesso gli operatori di polizia e di giustizia si sentono
inadeguati e chiedono di essere formati professionalmente. Chiedono
anche di essere messi in relazione con gli altri operatori impegnati
contro la violenza, nonché con le associazione delle donne.
Spesso il reparto di Pronto Soccorso degli Ospedali costituisce il primo
dei luoghi in cui la donna che ha subito violenza chiede assistenza,
si rapporta con le forze di polizia e incontra le Istituzioni. Lì, qualora
decida di denunciare la violenza, incontra poi il medico-legale, il
magistrato e gli assistenti sociali.
Non bisogna dimenticare che sovente la donna è accompagnata al Pronto
Soccorso proprio dal partner maltrattante. Questa evenienza esige la
preparazione di tutti gli operatori a gestire il rapporto ed a interagire
anche con quest’ultimo.
Certamente il percorso di presa in carico della donna che ha subito
violenza è complesso e richiede particolari e specifiche modalità di
intervento da parte delle diverse figure professionali coinvolte, giuridiche
e paragiuridiche.
Purtroppo gli operatori delle forze dell’ordine attualmente sono spesso
riluttanti a procedere all’arresto dell’aggressore e si limitano a dare
consigli o a chiedere che una delle parti si allontani dal domicilio
per un periodo di tempo. Quanto a magistrati e giudici, sono a loro
volta restii ad imporre sanzioni significative o che incidano sulla
libertà personale, perché considerano la violenza domestica un reato
di minore gravità rispetto ad altri.
Ciò comporta che il maltrattatore possa reiterare il suo comportamento
violento, perché sicuro di poter contare sulla sua impunità.
Anche la azione degli avvocati è spesso limitata dalla non conoscenza
sia di alcuni strumenti giuridici diversi da quelli tradizionali sia
delle possibilità di supporto alla donna offerte dalle strutture private
e pubbliche che operano specificamente sul campo.
La conseguenza di tutti questi fattori è che la donna è poco motivata
a denunciare la violenza subita dal partner.
Risulta pertanto indispensabile un approccio corretto ed integrato da
parte delle forze dell’ordine e di tutti gli operatori della giustizia,
adeguatamente e specificamente formati, anche per evitare la cd. vittimizzazione
secondaria.
Alcune città hanno organizzato reparti di Pronto Soccorso Ospedalieri,
appositamente attrezzati contro la violenza. Qui si incrociano varie
esigenze.
Lo staff medico-legale deve rilevare i segni della violenza, documentarli
e raccogliere i campioni biologici, sapendo che i segni della violenza
variano a seconda dell’età della vittima, delle modalità con cui la
violenza è stata inferta, del coinvolgimento psicologico e del contesto
in la stessa si è esplicata.
Anche la procedura e la tempistica nell’approccio alla donna devono
essere adattate sia alla accoglienza e supporto alla donna sia alla
raccolta delle prove.
Gli operatori di polizia devono veder soddisfatte le esigenze di perseguire
il colpevole, raccogliere gli elementi di prova utili perché il percorso
processuale possa fronteggiare le critiche della difesa circa i metodi
investigativi, la raccolta delle prove, la documentazione medico-legale,
la catena di custodia dei reperti e la validità di tutte le procedure
messe in atto nel corso dell’indagine investigativa.
Insomma tutti i gruppi target del progetto - costituiti dagli operatori
legali, para-legali e delle forze dell’ordine – manifestano l’esigenza
di formazione multidisciplinare e di conseguire capacità di intervento
integrato per affrontare adeguatamente fin dal primo contatto la problematica,
con ogni salvaguardia per la donna che ha subito violenza (e non nell’isolamento
individuale e nella solitudine della propria personale sensibilità).
L’idea di questo progetto si ricollega alla attività di “rete antiviolenza”
che già ha iniziato ad operare in alcuni reparti di Pronto Soccorso.
Queste strutture già oggi rappresentano il luogo cruciale in cui gli
operatori legali e paralegali si incontrano con i medici. Alcune città
e alcuni territori hanno già iniziato ad approntare dei Pronto Soccorso
specializzati, i cui addetti sono già stati interessati ad attività
di formazione multiprofessionale: Milano (Mangiagalli), Torino (le Molinette),
Bologna (Ospedale Maggiore) in Italia, Barcellona (Hospital Clinic)
in Spagna, Fulda (Freisausscuhss Violence and protection Assessment
Centre) in Germania e Bordeaux (Centre Hospital-Universitaire) in Francia
si offrono come il punto di partenza per questo progetto che intende
comparare e confrontare tra loro le diverse esperienze, nonché ampliare
sia il numero sia la tipologia degli operatori da coinvolgere in specifiche
attività formative.
Scopi generali: RETE
Creazione di una rete multidisciplinare degli operatori impegnati, ai
differenti livelli, nel contrastare la violenza del partner nelle
relazioni di intimità, per poter offrire una risposta coordinata e
integrata nel proteggere le vittime e perseguire l’offensore.
Obiettivi principali: FORMAZIONE E RETE
1. Un alto livello di formazione incrociata, destinato
a 2 gruppi di destinatari:
a) operatori della legge e forze dell’ordine, magistrati e giudici,
medici legali per migliorare le loro competenze nella individuazione
della violenza nelle relazioni intime sia nel primo intervento sia nelle
risposte giudiziarie.
b) avvocati sia privati sia operanti in associazioni.Attrezzare una
assistenza legale idonea a supportare la decisione di denunciare. Assicurare
una risposta coordinata ed efficace contro la violenza nelle relazioni
di intimità.
Il vademecum finale, come risultato delle sessioni di formazione,
sarà lo strumento efficace, progettato specificamente per i due gruppi
destinatari.
2.Confrontare i modelli di reti già esistenti e, sulla base delle loro
esperienze, nonché sulla base della attività di rete costruita con il
progetto, elaborare un protocollo di rete condiviso
(e esportabile).
I beneficiari indiretti sono sia l'intero sistema giudiziario sia tutte
le vittime reali o potenziali.
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